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SAN GALGANO E LA SPADA NELLA ROCCIA - CHIUSDINO (SI)







In provincia di Siena sorge un luogo magico, perché legato ai miti e alle leggende medievali; un luogo fuori dal tempo. Si tratta dell’Abbazia di San Galgano. Per conoscerne le origini dobbiamo risalire a ritroso nel tempo fino al XII secolo d.C. Infatti, la storia dell’abbazia è strettamente connessa a quella di un cavaliere, Galgano Guidotti di Chiusdino, che proprio qui affondò per sempre la sua spada, almeno secondo la leggenda. Questo fu il suo voto, la sua promessa al Signore: non avrebbe mai più sollevato l’arma contro nessuno; avrebbe trascorso la sua vita come un eremita, immerso nella preghiera e nell’umiltà più assoluta. Presto, sarebbe stato raggiunto da un gruppo di fedeli che in breve tempo lo seguirono e che in seguito l’avrebbero venerato come un santo.

Correva l’anno 1180. Galgano Guidotti, stanco della guerra, giunse sulle pendici di Montesiepi. Qui, ebbe una visione: gli apparve l’Arcangelo San Michele che gli parlò con parole soavi, di pace e carità. A quanto pare, non era la prima volta che viveva un’esperienza mistica: in precedenza aveva già fatto sogni di simile natura. Egli fermò il suo cavallo bianco, scese a terra e pensò alla sua vita. Fu in quel momento che decise di rinunciare a tutto per diventare un eremita. Prese la sua spada, che mai più avrebbe usato contro anima viva, e la piantò in una roccia che sorgeva su una collina. L’elsa disposta in quel modo gli apparve subito a guisa di croce, così s’inginocchiò e iniziò a pregare.

Questa è la leggenda che narrarono i suoi fedeli discepoli quando, dopo la sua morte, nel 1185, giunsero lì sul posto i rappresentati della Chiesa romana, disposti a iniziare il processo di canonizzazione. Per il resto, ci rimangono storie e resoconti orali, sopravvissuti a fatica fino ai giorni nostri. Notiamo un particolare che potrebbe anche essere importante: la spada nella roccia di San Galgano è precedente a quella di cui si narra nel ciclo bretone, l’Excalibur, la quale compare per la prima volta nelle opere di Robert de Baron solo alcuni anni più tardi. Egli quindi, per logica, potrebbe essersi ispirato proprio alla storia del cavaliere di Chiusdino. Tant’è che il nome di quest’ultimo, Galgano, ricorda molto quello del cavaliere della tavola rotonda Sir Gawain, detto anche Galvano. Sarà un caso? Alcuni studiosi non credono nel caso, e nel cavaliere toscano vogliono proprio vederci l’ispiratore del personaggio arturiano. Fu davvero la storia di San Galgano a ispirare i racconti del ciclo bretone risalenti al XII secolo?
Fino agli anni ’20 del Novecento la spada era inserita in una fessura praticata nella roccia ed era possibile estrarla. Nel 1924, durante i lavori di restauro, venne rimossa la grata che la proteggeva e si decise di saldarla alla pietra con del piombo fuso. In seguito, negli anni ’60, un “vandalo” la ruppe nel tentativo di estrarla. Evidentemente, non era destinato a regnare, così come chi cercò nuovamente di estrarla nel 1991. La spada è attualmente protetta da uno spesso strato di cristallo. In questi ultimi anni è stata sottoposta a degli esami nell’ambito di uno studio promosso dal prof. Luigi Garlaschelli dell’Università di Pavia, il quale ha confermato l’autenticità della reliquia e la sua appartenenza storica al XII secolo d.C. Lo studioso inoltre, già nel 2001, annunciava il suo desiderio di voler scavare sotto di essa per trovare il corpo del santo. I rilevamenti non invasivi effettuati con il georadar avevano infatti evidenziato la presenza di una nicchia di circa 183 centimetri per 91, capace di contenere le spoglie del cavaliere. Tuttavia, gli scavi non hanno mai avuto inizio perché le ricerche archivistiche effettuate dal professor Conti di Chiusdino hanno riportato alla luce delle antiche carte da cui si evince la presenza, nello stesso punto, di un’altra sepoltura, già indagata nel 1694. Una sepoltura che nulla avrebbe a che vedere con il nostro Galgano. Ma gli studiosi non si arrendono e sperano un giorno di ritrovare comunque il sarcofago del cavaliere, superando non pochi ostacoli, come l’apparente e ingiustificato disinteresse della parrocchia di Siena.
C’è chi pensa che Galgano sia solo un simbolo, un personaggio di fantasia, proprio come Re Artù, anche perché si dice che morì proprio a 33 anni, come Gesù Cristo. Ricordiamo che 33 sono anche i gradi massonici.
Eppure la spada nella roccia è realmente esistente, così come la chiesetta di pianta circolare che la protegge e l’abbazia, costruite subito dopo la morte del santo per venerarlo e ricordarne la vita. E nella chiesa di San Michele a Chiusdino esiste anche una reliquia, un cranio che la tradizione locale identifica proprio con quello del santo. Purtroppo, non è stato ancora concesso agli studiosi di effettuare le analisi sul reperto, per verificarne l’autenticità.
Quella di San Galgano non è l’unica spada nella roccia che conosciamo. Ve n’è un’altra a Rocamadour, in Francia, confitta quasi in verticale sulla parete di un santuario visitato in passato da importanti personaggi, come Bernardo di Chiaravalle ed Eleonora d’Aquitania. Secondo la tradizione locale, la spada qui infissa sarebbe la leggendaria Durendal (Durlindana) del paladino Orlando, le cui gesta ci sono state narrate più volte nel corso della storia della letteratura. Ricordiamo la Chanson de Roland, l’Orlando innamorato del Boiardo e l’Orlando furioso di Ludovico Ariosto, per esempio.
Fulcanelli scrisse che «la spada che apre la roccia, la verga di Mosè che fa scaturire l’acqua dalla pietra di Horeb, lo scettro della dea Rea, con cui ella colpisce il monte Dindimo, il giavellotto d’Atalanta sono un unico e medesimo geroglifo di questa materia nascosta dei Filosofi».

Il sito di Rocamadour è interessante, e non solo per questo motivo. Qui è presente una delle tante Madonne nere diffuse in tutta Europa e in Italia. Ricordiamo quelle conservate al Sacro Monte di Varese; a Biella; in provincia di Torino; Napoli, Venezia e di Lucca, copia di quella conservata a Loreto, ma la lista potrebbe continuare ancora. Tutte queste Madonne per un fenomeno di sincretismo si rifanno a un passato pagano, a una Grande dea Madre che un tempo era raffigurata proprio allo stesso modo, scura di pelle, in ricordo dei nostri progenitori, dai quali ebbe origine tutta l’umanità. Spesso ci dimentichiamo di essere tutti fratelli. Il grande alchimista Fulcanelli scrive:
Un tempo, le camere sotterranee dei templi (luoghi iniziatici per eccellenza, n.d.a.) servivano come dimora per le statue di Iside, ed esse diventarono, al tempo dell'introduzione del cristianesimo in Gallia, quelle Vergini nere che il popolo ai giorni nostri circonda d'una venerazione tutta particolare. Del resto il simbolismo tra queste due raffigurazioni è lo stesso: le une e le altre mostrano sul loro basamento la famosa iscrizione: “Virgini pariturae”: alla Vergine che deve partorire (…). Esse raffigurano, nella simbologia ermetica, la terra primitiva, quella che l'artista deve scegliere come soggetto della propria Grande Opera. È la materia prima allo stadio minerale.
La vergine nera più celebre d’Europa si trova nella cattedrale di Chartres: «[Essa] con la sua Vergine sotterranea, è considerata la più antica meta dei pellegrinaggi. Un tempo c’era soltanto un’antica statuetta di Iside “scolpita prima di Gesù Cristo”, come raccontano alcune antiche cronache locali (...)».
Rocamadour sarebbe in qualche modo collegata alla Toscana: a una trentina di chilometri da Chiusdino infatti sorge la chiesa di Santa Maria di Rocamadore, il cui nome ricorda molto quello del santuario francese. Non dobbiamo dimenticare, tra l’altro, che a Malavalle, sempre nei pressi di Chiusdino, vi è un’altra chiesa nella quale sono conservati i resti di un eremita della stessa epoca di San Galgano. Secondo il professor Garlaschelli, potrebbero trattarsi dei resti di Guglielmo X d’Aquitania, padre di Eleonora, che a un certo punto della sua vita, nel 1137, decise di lasciare tutto per fare l’eremita in Toscana. «Dall'esame paleontologico sullo scheletro è emerso che il suo cranio potrebbe essere compatibile con quelli tipici della popolazione francese del periodo. Ma questa è solo una delle coincidenze», ci conferma il professore. La spada di San Galgano sembrerebbe essere precedente all’introduzione di Excalibur nel ciclo bretone. Ma se invece fosse stato proprio Guglielmo, che fu anche un abile trovatore, a portare in Toscana la leggenda della spada nella roccia? Il dubbio rimane.
L’Abbazia di San Galgano appare oggi come una grande stupenda finestra litica sul cielo stellato. La copertura infatti crollò nel XVIII secolo in seguito a un terremoto, e con essa anche il campanile. Da allora la chiesa non è più stata adibita al culto, ma è rimasta pur sempre in tutti questi anni una meravigliosa opera ricca di emozioni e di storia. In quasi trecento anni nessuno ha mai avuto l’idea di ricostruirne il tetto. Si tratta forse di una scelta voluta? In effetti, è proprio la mancanza di questo elemento architettonico a caratterizzare l’edificio, rendendolo molto suggestivo.
L’assenza della copertura ha forse un qualche significato simbolico? Ricordiamo Dante, quando scrive nell’ultimo canto dell’Inferno: “E quindi uscimmo a riveder le stelle”. Quel che più è affascinante è che il poeta fiorentino ripete la parola “stelle” anche nell’ultimo verso del Purgatorio (“puro e disposto a salire alle stelle”) e nell’ultimo del Paradiso (“l’amor che move il sole e l’altre stelle”). Siccome nella Divina Commedia nulla è affidato al caso, ci viene da chiederci quale potrebbe essere il reale significato e l’importanza attribuita alle stelle. Il riferimento a Dante non è casuale, come vedremo tra poco.
Un’altra interessante chiesa “a cielo aperto” è quella di Santa Maria dello Spasimo, a Palermo, databile al XVI secolo: un luogo altrettanto suggestivo ed enigmatico. Per una curiosa coincidenza, anche la copertura lignea di quest’ultima andò perduta nel XVIII secolo, a causa di un incendio, e non venne mai più ricostruita.
La chiesa di San Nicolò, a Baiardo, in provincia di Imperia, presenta anch’essa la stessa caratteristica: l’assenza della copertura, crollata in seguito a un terremoto nel 1887. Come se non bastasse, il santuario è stato costruito su un monte sacro, adibito al culto di Apollo, dio greco del sole. Un sole che ancora oggi, come al tempo dei pagani, entra nel tempio, inondandolo di luce.
Da notare che anche nella templare cappella di Rosslyn, vicino a Edimburgo, ritroviamo delle stelle, ma in questo caso esse sono state dipinte sul soffitto come nella chiesa parigina di Saint-Germain-des-Prés. Nei pressi del santuario scozzese di Rosslyn, sorge una chiesetta appartenuta ai Templari, anch’essa priva di copertura come l’abbazia toscana di San Galgano. Potrebbe esserci un nesso tra questi luoghi?
Un’altra curiosità potrebbe essere la presunta connessione tra San Galgano e il celebre santuario ipogeo di Monte Sant’Angelo (Fg), sul Gargano, in Puglia. A legare questi due luoghi tra loro non sarebbero solamente i nomi assonanti di Galgano e Gargano («le due consonanti “l” e “r”, in quanto liquide, sono tranquillamente interscambiabili», ci fa notare Maurizio Macale nel suo importante libro sugli Itinerari iniziatici e magici d’Italia), ma anche la presenza in entrambi i casi dell’Arcangelo San Michele, che ritroviamo anche in Piemonte (la Sacra di San Michele), e in Normandia (Mont St. Michel). Una linea retta immaginaria legherebbe questi luoghi così distanti tra loro. Si tratta di un legame realmente premeditato e voluto dai costruttori di questi santuari oppure di una casualità?
Per conoscere la verità dovremo aspettare. Nel frattempo, possiamo sognare e goderci il cielo notturno tra le pareti della magica abbazia toscana, sotto un manto di stelle.


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