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LEGGENDE, STORIE, FIABE E RACCONTI SUL GATTO






Un gatto si era innamorato di una splendida giovinetta; egli pregò Morgana di trasformarlo in un uomo. La Fata provò pietà per la sua passione amorosa e lo trasformò in un affascinante fanciullo. Come la giovinetta lo vide, se ne innamorò e lo portò a casa sua. Mentre se ne stava sdraiato sul letto, Morgana volle sapere se il gatto avesse mutato con il corpo anche la sua indole e lasciò andare in mezzo alla stanza un topolino. Quello allora, dimenticandosi della situazione in cui si trovava, balzò giù dal letto, ma inciampò in una tenda della camera e il topo scomparse.
La Fata e Regina Morgana sorridendo gli tese la mano e accolse gli amanti nel suo Castello cangiandoli in cavaliere e dama”.





Sono davvero molte le fiabe di gatti come protagonisti, ma forse lgatto con gli stivalia più famosa di tutte è quella del Gatto con gli Stivali, scritta da Charles Perrault e ispirata a un racconto popolare, le cui diverse versioni possono aver tratto spunto dallo spirito del grano, visto che il micio apparteneva a un mugnaio.
Comunque, la versione scritta più antica di questa fiaba proviene dal Veneto e riferisce le avventure di uno scaltro gatto che portava sulle sue spalle tutte le responsabilità e le ricchezze del suo padrone.
Tale fonte risale al XVI secolo ma, al posto del micio, troviamo una bellissima gattina frutto di un incantesimo: prima infatti era una fanciulla mutata in felino da una brutta e tremenda strega. Un’analoga storia si legge in una fiaba del 1697 scritta dalla baronessa d’Aulnoy, dove la micia, preda di un terribile maleficio, verrà poi uccisa per riprendere le sue sembianze di principessa.






Una bella leggenda proviene dalla Birmania dove esisteva, gatto della birmaniaprima d’essere distrutto, un tempio sotterraneo denominato “Tempio dei Gatti”; al suo interno dimoravano cento gatti, tutti bianchi…
I monaci Khmer avevano costruito questo tempio, situato nella zona di Lao Tsun, agli inizi del XVIII secolo. In seguito, i monaci Kittah lo dedicarono alla venerazione della statua in oro di una bellissima dea dai meravigliosi occhi di zaffiro, denominata Tsun–Kyan–Kse. Il suo compito era quello di prendersi cura della trasmigrazione delle anime.
La statua della dea era sempre accudita da un monaco molto venerato e rispettato di nome Mun-Ha, che amava meditare lungamente davanti alla statua e che aveva come sua unica compagnia, un gatto bianco a lui fedelissimo di nome Sinh.
In una terribile notte, dei briganti uccisero il religioso (che stava meditando dinnanzi alla dea), per portar via la statua d’oro e zaffiri. Nell’istante in cui sopravvenne la morte di Mun-Ha, l’amato gatto s’accucciò sulla sua testa e il suo pelo bianco si tramutò in un manto dorato come quello della statua. Gli occhi si colorarono con lo stesso blu dello zaffiro; le zampe, la coda e il musetto si tinsero di un bruno vellutato, come
il colore della terra su cui la statua poggiava. Soltanto le parti a contatto con il monaco rimasero bianche, in ricordo della sua purezza.
Il mattino successivo, tutti i gatti bianchi del tempio avevano subìto la stessa trasformazione del gatto Sinh e da allora non solo vennero tutelati, ma anche considerati sacri. Qualche tempo dopo, tutta la regione venne invasa dalle popolazioni indù che uccisero molti religiosi e occuparono la gran parte dei templi.
Auguste Pavie e suo marito, il maggiore Russel Gordon, 118 presero le difese dei monaci Kittah aiutandoli a fuggire in Tibet. Fu proprio in quell’occasione che videro, per la prima volta, il Gatto sacro di Birmania venendo a conoscenza della sua storia. Nel 1919, quando i due fecero ritorno in Francia portarono con sè due gatti sacri, un maschio e una femmina, che avevano ricevuto in dono. Purtroppo durante il lungo viaggio il maschio morì, ma fortunatamente la gattina era rimasta incinta e, grazie ancora alla dea Bastet, la razza fu salva.
Una credenza birmana vuole che quando muore un sant’uomo, il suo spirito si incarni in un gatto e che, solo alla morte dell’animale, lo spirito possa salire al cielo.






La leggenda del Gatto di Man, originario gatto di mandell’omonima isola, situata tra l’Inghilterra e l’Irlanda, narra di come il felino fu vittima dell’Invincibile Armada di Filippo II di Spagna, formata, come si evince da alcune fonti storiche, non solo da soldati ma anche da pirati. Sempre secondo la leggenda, quest’ultimi avrebbero tagliato le code di tutti i gatti dell’isola per adornare i loro cappelli. A seguito di queste crudeltà ebbe inizio una rivolta “gattesca” in cui le madri-gatto decisero di far nascere i loro cuccioli senza coda...
Un’altra leggenda sul Gatto di Man narra di quando, durante il Diluvio Universale, due gatti si presentarono all’imbarco dell’Arca di Noè. Giunti in ritardo, salirono a bordo nel momento in cui la porta si stava per chiudere, lasciando fuori metà della loro coda. Questa leggenda giustifica perchè tale razza sia dotata di una piccolissima coda formata da solo quattro vertebre.






Narra una leggenda, che il primo gatto siamese fosse strabico e che avesse la coda piegata. gatto siameseQuesto perchè le principesse di sangue reale Thai, prima di fare il bagno, infilavano i loro preziosi anelli nella coda del gatto, annodandola, in modo che non andassero perduti. La conseguenza fu che la coda rimase piegata mentre lo strabismo era dovuto al fatto che il gatto controllava costantemente gli anelli.
Sempre a proposito dei gatti siamesi, quelli che vivevano alla Corte di Pragadi Pok, il re del Siam, erano custoditi così gelosamente che vigeva la pena di morte per coloro che tentassero di rubarli. Alla morte del sovrano, fu rispettata la sua volontà di preservare questa razza principesca, finché un inglese, Owen Gould, riuscì a corrompere un guardiano con un congruo compenso, ottenendo una bellissima coppia di gatti reali che nel 1891 furono esposti per la prima volta al pubblico al Crystal Palace di Londra.






Nel suo meraviglioso libro “Il Ramo d’Oro”, James Frazer, nel capitolo 2 intitolato “L’anima gatto dei ba-rongaeterna dei racconti popolari", riporta una fiaba dei Ba-Ronga (un’etnia del Sudafrica) in cui si narra come le vite di un intero villaggio fossero racchiuse nel corpo di un gatto
Quando una delle figlie del capo tribù si sposò, volle a tutti i costi portare nella nuova casa il gatto del villaggio. I genitori sapevano bene che nel felino erano racchiuse tutte le vite e si opposero alla decisione della figlia. Alla fine però Titishan, questo era il nome della fanciulla, la spuntò portando con sé il gatto nascondendolo al marito. Un giorno, quando la ragazza si trovava al lavoro nei campi, il gatto fuggì dal suo nascondiglio, entrò nella capanna e, per fare uno scherzo, indossò l’equipaggiamento da guerra dello sposo, mettendosi a ballare e cantare. Alcuni bambini delle capanne vicine, sentendo tanto trambusto, corsero a vedere cosa stesse accadendo e scoprirono, con grande sorpresa, che il gatto faceva salti altissimi e capriole, ballando e cantando a squarciagola.
Completamente affascinati, i bambini chiesero di poter partecipare al gioco. Ricevuto un diniego, corsero allora a chiamare lo sposo che, colto da grande paura, lo uccise…
Nello stesso istante Titishan cadde a terra moribonda. Il marito, disperato, avvolse il corpo del gatto morto in una stuoia e lo portò al paese natìo insieme alla moglie.
Quando i parenti videro la giovane sposa moribonda, la rimproverarono aspramente per non aver voluto ascoltare i saggi consigli che le erano stati dati, ma alla vista della stuoia contenente il gatto morto caddero tutti esanimi uno dopo l’altro; fu così che perì tutto il Clan del Gatto.
Il marito, che era rimasto illeso, chiuse il cancello del villaggio con un ramo di palma e, tornando a casa, raccontò a tutti come, uccidendo il felino, si fosse estinta tutta la tribù della sua sposa.


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